Il muschio islandese: un cuscino centenario

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Il muschio islandese è senza dubbio uno dei ricordi più vividi che ho del mio primo viaggio su quest’isola.
Ti riempie la vista col suo morbido verde che avvolge la dura pietra lavica, sembra quasi un’immensa nuvola dagli strani colori che ha deciso di riposarsi un attimo a terra.
Verrebbe voglia di sdraiarcisi sopra ma…guai a chi ci prova!

Dalla lava al muschio

Conoscete l’aspetto della pietra lavica: aspra, nera, dura.
Non esattamente il tipo di terreno sul quale immaginereste un tripudio di flora.
E invece…eccolo qua: il muschio islandese è l’eroe del quale avevamo bisogno!
Le sue spore riescono a insediarsi nei luoghi meno ospitali e crescere ad un ritmo di circa 1 cm l’anno (3-4 mm per i muschi dell’entroterra, più freddo).
Per fare chiarezza, esistono oltre seicento specie di muschi in Islanda ma quello che abbiamo imparato ad amare attraverso le migliaia di fotografie che infestano il web è il racomitrium lanuginosum.
Assieme agli altri 599 e passa fratelli riesce a prosperare in questo ambiente difficile grazie alla capacità di rimanere dormiente nei momenti difficili.

Non è facile essere un muschio

Immaginate, per un attimo, di essere nati muschio.
Tutto molto bello: non dovete andare a scuola per quell’esame di algebra, non dovete accendere un mutuo per la casa e neppure vivere lo sgomento di essere andati al supermercato per comprare solo il burro ed aver comprato di tutto fuorché quello.
La vita vi sorride!
E INVECE NO.
Invece siete un peletto di muschio in mezzo ad un campo di lava di svariate decine di chilometri quadrati e dovete crescere.
Ma per crescere avete bisogno di luce solare e la temperatura deve essere sopra lo zero.
E siete in Islanda.
E quando è sotto zero o non c’è sole che si fa, si muore?
Per fortuna non si muore ma si entra in uno stato di quiescenza. Si aspettano giorni migliori.
Lo so, vi ricorda il primo lockdown, eh?

Capirete facilmente, dunque, che il percorso da singola spora a gigantesco tappeto di muschio è lunghissimo.
Quelle meravigliose distese che abbiamo il piacere di poter ammirare hanno centinaia di anni.
Se li portano bene.

Cosa “mangia” il muschio?

Il muschio, a differenza della maggior parte delle piante, non ha le radici. Anche perché insomma, non è semplice piantare radici nella nuda lava.
Si imbeve di nutrienti per azione capillare: quando dell’acqua gli si deposita addosso la assorbe come fosse uno straccio e ne trae idratazione e minerali.
Con queste sostanze va a prepararsi il “pranzo perfetto”.

Ingredienti:

  • anidride carbonica
  • acqua
  • luce solare

Procedimento:

  • assorbire acqua per capillarità, che le radici non ce le abbiamo
  • assorbire anidride carbonica tramite gli stomi presenti sulle piccole foglie
  • trasportare il tutto, attraverso le foglie, verso la parte verde superficiale ed esporre il composto al sole
  • attendere fino a trasformare gli ingredienti in una combinazione di ossigeno e idrogeno
  • buttare via l’ossigeno
  • mescolare idrogeno e anidride carbonica fino ad ottenere glucosio
  • servire abbondantemente (l’impiattamento lo lasciamo alla vostra fantasia)

Se avete avuto una reminescenza, questa altro non è che la famosa fotosintesi clorofilliana. Quella che ha riempito pagine e pagine dei nostri libri di scienze delle elementari.
Un bel po’ di lavoro per una pianta senza radici!
Bruno Barbieri, il muschio non ti teme.

Porno (e non) vegetale 

Mettete a letto i bambini perché il muschio s’accoppia in pubblico!
La riproduzione può essere sia sessuata che asessuata.

Una singola pianta può produrre gametofiti maschili e femminili.
I maschili producono sperma, i femminili uova.
Lo sperma viene trasportato fino alle uova dall’acqua che scivola sulla superficie della pianta e voilà! Les jeux sont faits!
Si ottiene così uno sporofito, che ha un nome da malintenzionata creatura aliena ma in realtà è una piccola capsula piena di spore in cima a un lungo stelo.
Una volta che la capsula sarà seccata, si aprirà ed il vento porterà in giro nuove spore pronte a conquistare l’Islanda.

Il muschio può riprodursi anche per via asessuata.
Dimenticate tutta la storia del maschio, la femmina, il gametofita, lo sporofita…qui la questione è semplice!
Se un pezzo di muschio si stacca può dare vita ad una nuova pianta!

Tanta fatica e si muore male con poco

Adesso che avete appreso la dura e lunga vita del muschio vorrei farvi capire quanto sia facile distruggerla.
Si vedono spesso, purtroppo, immagini di persone che ignare del risultato dei propri gesti camminano e siedono sui campi verdi.
C’è anche chi, svegliandosi particolarmente imbecille una mattina, decide consciamente di sfregiare i muschi (come questo che ha strappato piante per scrivere “SEND NUDES” su una collina) ma è meglio che non spenda troppe parole su questo genere di persone o potrei cadere nel volgare.

Partiamo col dire che il muschio, di suo, non morirebbe mai nel senso stretto del termine.
La pianta continua a crescere potenzialmente per sempre.
Muore parte dello strato interno mentre l’esterno cresce.
Il problema è che se sullo strato esterno ci si cammina, lo si danneggia. Spesso in modo irreparabile.
Ed ecco che per farsi una foto instagrammabile si distrugge o rovina una pianta centenaria.
Un singolo passo potrebbe non essere fatale ma se si sdoganasse il camminare sui muschi, nel giro di pochi anni li vedremmo decimati.

Rispetta il muschio islandese!

 

Come comportarsi, dunque? Semplicissimo.

  • Camminate sempre lungo i sentieri battuti
  • Non guidate fuori strada
  • Non campeggiate sui muschi (anche se sembrano comodi)
  • Non saltate i cordoni di sicurezza, dove presenti
  • Non sedetevi sui muschi, no, nemmeno per un secondo per una foto
  • Non vi venisse in mente di strapparne un pezzetto come souvenir tipico islandese

Godetevelo con gli occhi e portate a casa solo fotografie, non ve ne pentirete!


Fonte per “muschio islandese”:
Richardson, D.H.S. “The Biology of Mosses.” New York: John Wiley & Sons. 1981.Conrad, Henry S. and Paul L. Redfearn, Jr. “How to Know the Mosses and Liverworts.” Dubuque, Iowa: Wm. C. Brown Company Publishers. 1979.

Mergel, Maria and Philip Dickey. “Tales from the North Side: Problems with Moss.” April 2007
Oregon State University. “Living with Mosses.” Spring 2000. (March 22, 2012)

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